giovedì, marzo 10, 2011

Dinaw Mengestu presenta "Leggere il vento", il suo nuovo romanzo

Leggere il vento, il secondo straordinario romanzo di Dinaw Mengestu: la lotta per trovare il proprio posto in un'America dove le promesse idealizzate si scontrano con la realtà quotidiana


La presentazione


Lunedì 14 marzo, alle ore 16, nell'aula 1 della sede universitaria di Piazza Rosate (di fronte al Liceo Classico “Paolo Sarpi”) la casa editrice Piemme e il Centro di Studi sui Linguaggi delle Identità dell'Università degli Studi di Bergamo (Dipartimento di Scienze dei Linguaggi, della Comunicazione e degli Studi Culturali, Facoltà di Lingue e Letterature Straniere) presentano il libro Leggere il vento, opera seconda dell'acclamato scrittore statunitense di origine etiope Dinaw Mengestu. Sarà presente l'autore, il quale sarà impegnato in un colloquio con Paolo Cognetti, scrittore e documentarista, autore di New York è una finestra senza tende (Laterza, 2010).
Introdurrà la conferenza la Prof.ssa Valeria Gennero, docente di letteratura anglo-americana presso l'Università degli Studi di Bergamo e membro del Centro di Studi sui Linguaggi delle Identità.

Il libro
Jonas ha trent’anni, la pelle scura, e ogni volta che gli chiedono da dove proviene risponde che è americano, suscitando perplessità, soprattutto nei suoi studenti, i bambini di una scuola per bianchi in cui insegna part-time.
Ma Jonas non accetta compromessi, lui è nato nell’Illinois e poi si è trasferito a New York, non ha mai neppure messo piede nella terra dei suoi genitori, l’Etiopia. Suo padre, Yosef, era arrivato negli anni Settanta, dopo un estenuante viaggio in nave, nascosto in una cassa per animali. Mariam, sua madre, lo aveva raggiunto tre anni dopo, rendendosi subito conto che l’uomo con cui doveva convivere non era che la flebile ombra di quello che era stato suo marito. Mariam aveva provato ad amarlo e a conoscerlo da capo, ma lui ormai era un estraneo. Un uomo che spesso parlava da solo, che prima di rientrare in casa stava seduto in macchina per qualche minuto, quasi temesse di attraversare quella soglia. Un uomo che non riusciva più a condividere il letto con lei, che di nascosto dormiva sul divano, emettendo gemiti e lamenti continui. Un uomo che aveva visto troppo e che non aveva la forza di ricominciare a essere felice.
Attraverso la storia dei suoi genitori e del loro lungo viaggio verso la salvezza, attraverso il dolore e lo sconforto, ma anche la speranza in un futuro migliore, Jonas riuscirà ad appropriarsi del suo presente, del fragile rapporto con la moglie, ad accettarsi e ad amare le proprie origini, in un paese che non sembra ancora pronto per ascoltare la sua voce.

Dinaw Mengestu
È nato ad Addis Abeba nel 1978. A due anni si è trasferito negli Stati Uniti con la madre e la sorella, per raggiungere il padre che aveva lasciato l’Etiopia durante gli anni del “Terrore rosso”. Dopo la laurea alla Georgetown University e il master in scrittura creativa alla Columbia University, ha cominciato a scrivere per Rolling Stone (sulla guerra in Darfur) e per altre riviste (tra cui Jane Magazine sul conflitto nel nord dell'Uganda, Harper's e The Wall Street Journal). Leggere il vento è il suo secondo romanzo. Il primo, Le cose che porta il cielo, ha riscosso un grande successo di critica ed è stato insignito di alcuni tra i premi letterari più prestigiosi degli Stati Uniti e del mondo. Mengestu è stato incluso dal New Yorker nell'elenco dei venti migliori scrittori sotto i 40 anni.

Paolo Cognetti
Laureato in matematica e diplomato in sceneggiatura alla Civica Scuola di Cinema di Milano, si è dedicato per un decennio alla realizzazione di documentari a carattere sociale, politico e letterario. Appassionatosi alla letteratura americana, ha deciso di diventare a sua volta scrittore. Ha esordito nel 2004 nell'antologia La qualità dell'aria (Minimum Fax). Successivamente ha pubblicato due raccolte di racconti (Manuale per ragazze di successo, finalista al Premio Bergamo, e Una cosa piccola che sta per esplodere) e una guida letteraria alla città di New York, New York è una finestra senza tende. Vive tra Milano, New York e una baita in montagna in cui trascorre alcuni mesi all'anno. Nel 2009 ha vinto il premio Lo Straniero, riconoscimento attribuito dalla rivista Lo Straniero, diretta da Goffredo Fofi, ad artisti, saggisti, operatori, iniziative culturali e sociali di particolare spessore e generosità.

Il Centro di Studi sui Linguaggi delle Identità
Il Centro di Studi sui Linguaggi delle Identità, costituitosi nel 1998 nella Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell'Università degli Studi di Bergamo, si propone di indagare i modi in cui la scrittura letteraria, ma anche cinematografica e mediatica, esprime la crisi del soggetto moderno e postmoderno. In questa analisi particolare attenzione viene prestata alle nozioni di "gender" (ovvero di identità sessuata culturalmente costruita) e di differenza.
Il punto di partenza delle indagini del centro è costituito dalle elaborazioni critiche svolte nell'ultimo quarantennio negli Stati Uniti, ma anche nelle altre aree anglofone, luoghi di confronto e di conflitto fra identità multiple e intrecciate: culturali, sessuali, religiose, etniche, razziali e di classe. Ancor più della Gran Bretagna, gli Stati Uniti, per il loro pluralismo costitutivo e per gli incessanti e massicci flussi migratori e immigratori che li percorrono, si sono dimostrati il terreno ideale per il più pieno sviluppo (e talvolta l'esplosione) delle problematiche legate alle identità e alle differenze. Dalla vita sociale queste problematiche si sono rapidamente trasferite nelle scuole e nelle università, che, legate alle dinamiche di mercato, di competitività e di sopravvivenza, sono da tempo diventate un laboratorio sociale fra i più attivi e cruciali, e un punto di osservazione culturale fortemente significativo.
Dopo decenni di intensissimi sviluppi degli studi specifici sul "gender" e sulle culture minoritarie, sembra farsi strada l'esigenza di una riflessione incrociata che si misuri con i diversi linguaggi delle diverse identità, nuove e antiche, minoritarie e maggioritarie, femminili e maschili, dominate e dominanti, subalterne ed egemoni, periferiche e centrali, nomadiche e stanziali, nelle loro configurazioni e intersezioni storiche, geografiche, antropologiche, politiche. Di questa esigenza il Centro è pienamente partecipe.
Per quanto riguarda il rapporto fra la situazione culturale italiana e quella di altri paesi, il nostro lavoro parte da esperienze prevalentemente statunitensi, senza volersi però limitare a un ambito disciplinare specialistico, ma anzi rapportandosi ai contesti europei e a quello nazionale. In questo senso consideriamo nostri primi interlocutori i colleghi anglisti, per ovvie ragioni, ma anche i cultori di teoria letteraria e di letterature europee, e fra loro gli italianisti, in quanto studiosi della cultura cui il comitato promotore del Centro appartiene, entro cui opera, e dalla quale rivolgiamo lo sguardo a quella statunitense e anglofona in chiave dialettica e comparativa.

Segreteria Organizzativa
Centro Studi sui Linguaggi delle Identità – Ufficio 214
Piazza Rosate, 2
24129 Bergamo
Tel. 035/2052745 – 035/2052705 – zebra(at)unibg.it

Prof.ssa Valeria Gennero: valeria.gennero(at)unibg.it
Dott. Stefano Asperti: stefano.asperti(at)unibg.it
Prof.ssa Anna De Biasio: anna.de-biasio(at)unibg.it

martedì, aprile 07, 2009

La scomparsa di Emory Elliott

Il 2 aprile è morto per un infarto Emory Elliott, figura di spicco dell'americanistica internazionale e membro del comitato scientifico internazionale del Centro di Studi sui Linguaggi delle Identità. Noi di Zebra lo ricordiamo con affetto e ammirazione.


Emory Elliott dies at 66; scholar and UC Riverside English professor

By Jon Thurber
April 4, 2009

Emory Elliott, a UC Riverside professor and leading scholar of American literature who was a pivotal figure in the university's intellectual community, has died. He was 66.

Elliott, who was found Tuesday at his Riverside home, died of an apparent heart attack.

As a scholar, he published two groundbreaking books on early American literature, "Power and the Pulpit in Puritan New England" (1975) and "Revolutionary Writers: Literature and Authority in the New Republic" (1982), but he was a leading voice on all facets of literature from Puritanism to Postmodernism. He was also influential in expanding the canon to a wide array of diverse voices.

Steven Gould Axelrod, who is an English professor at Riverside, said that Elliott's advocacy of the work of Toni Morrison "helped her achieve more quickly the status she has now as America's greatest novelist."

Katherine Kinney, the chair of UC Riverside's English Department, said that Elliott " . . . was committed to a full, very open multicultural understanding of American works. Emory wrote about the whole range of American literature and was absolutely committed and supportive of young scholars doing new and exciting study."

Elliott was closely identified with UC Riverside's Center for Ideas and Society, a research center he directed starting in 1996. Elliott expanded the profile of the center by bringing in grants from the Ford Foundation, Rockefeller Foundation and other sources that helped fuel the center's lectures, seminars and colloquia as well as its residency programs for UC Riverside faculty and graduate students and fellowships for visiting faculty.

Among his accomplishments in heading the center was the international conference "Aesthetics and Difference: Cultural Diversity, Literature and the Arts." The conference, held in 1998, examined how the cultural diversity of the United States has changed cultural expression in this country and abroad.

An announcement of his death by the school's English department this week cited that conference as key to placing "Riverside at the center of national discussions of a progressive future for the Humanities."

Elliott was born in Baltimore on Oct. 30, 1942, and grew up in a working-class neighborhood. His father was a truck driver who never attended high school, and his mother operated a loom in a factory. Elliott was the first in his family to get a college degree, earning a bachelor's in English at Loyola College in Baltimore. He went on to earn his master's degree, also in English, at Bowling Green State University and his doctorate at the University of Illinois.

He began his teaching career as a high school English teacher in Baltimore. His first college job was at Cameron State College in Oklahoma, followed by two years at the U.S. Military Academy at West Point.

Before joining the UC Riverside faculty, he spent 17 years teaching at Princeton and was chairman of the American Studies program and, later, the English department.

At Princeton, he also received the Distinguished Service Award for his contributions to the Women's Studies Program before leaving for Riverside in 1989.

In 2001, the University of California system named Elliott a University Professor, an honor for outstanding scholars and teachers viewed as exceptional. The designation allows professors access to all UC campuses, where they can give seminars and engage students and faculty.

The author of more than a dozen books, he also edited the "Columbia Literary History of the United States," a 1988 book that won the American Book Award, and was the series editor of "The American Novel" from Cambridge University Press and "Penn Studies in Contemporary American Fiction."

"Emory was endlessly humane, good-humored and intelligent," Axelrod said. "As a teacher and colleague, he created spaces where others could intellectually thrive. He was one of those scholars who really mattered, whose contributions could not be duplicated."

Elliott is survived by his wife, Georgia Elliott, the associate vice chancellor for development at UC Riverside; their five children, Scott, Mark, Matt and Laura Elliott and Connie Tremblay; and five grandchildren.

Services are scheduled for 11:30 a.m. today at St. Thomas the Apostle Church, 374 Jackson St., Riverside. Burial will be private.

Instead of flowers, the family suggests donations be made to the Emory Elliott Memorial Scholarship Fund through the UC Riverside Foundation, 120A Highlander Hall, Riverside, CA 92521.

domenica, gennaio 04, 2009

Judith Butler - Corpi che contano

Centralità del corpo

La riflessione della Butler parte dall’affermazione della corporeità del soggetto. La costituzione del corpo è il processo fondamentale su cui si fonda la costruzione del soggetto, come già Freud aveva sostenuto: "L’Io è innanzitutto un’entità corporea".
L’incarnazione del soggetto è fondamentale per qualsiasi proposta politica di cambiamento del soggetto e delle dinamiche di potere che ne governano la costituzione. Si parla di corpi, come vengono costruiti, cosa comporta la costituzione di un "corpo che conta" in termini di esclusione e negazione di altri corpi. Non si può prescindere dalla materialità del corpo, perché tale materialità costituisce la cornice entro la quale viviamo e l’ambito in cui emergiamo come soggetti.. La questione – politica – diventa allora come sia incarnato il soggetto e quali relazioni di potere presiedano a quella incarnazione.

La questione della corporeità si lega necessariamente a quella del sesso, essendo il sesso una delle norme attraverso le quale la corporeità viene materializzata dal potere (1)

Materialità del corpo

Il discorso sulla materialità del corpo si inserisce nella critica alla dicotomia sesso-genere su cui si è fondata gran parte della teoria femminista, soprattutto in ambito anglofono. Introducendo il concetto di materialità corporea, Butler sostiene che anche il sesso non può più essere considerato come materia grezza, oggettiva, dato scientifico neutro, privo di storia e implicazioni, tavola vergine su sui il genere agisce socialmente; anch’esso possiede una storia, anch’esso – in quanto materialità – deve essere inserito in un discorso che gli attribuisce certi significati piuttosto che altri. Il sesso viene costituito, materializzato da un discorso di potere. Ciò non significa negare la rilevanza di certi aspetti biologici, fisiologici, genetici: "Riconoscere l’innegabilità del 'sesso' o la sua 'materialità' significa pur sempre riconoscere una qualche versione del sesso, una qualche formazione di materialità. Il discorso stesso attraverso il quale quel 'riconoscimento' immancabilmente avviene non forma esso stesso il fenomeno che riconosce?" (2)
La materialità è un effetto del potere, "anzi, l’effetto più produttivo del potere": il processo di materializzazione consiste nel produrre quell’effetto di delimitazione, fissità, superficie che costituisce il corpo nei suoi orientamenti, nei suoi lineamenti. E la materializzazione di un corpo opera innanzitutto attraverso la materializzazione del sesso, la costituzione di un individuo sessualmente significante all’interno di un discorso. Emerge la prospettiva antiumanista in cui Butler si colloca: non esiste un soggetto disincarnato che decide quale genere assumere. Il genere non è una maschera che si sceglie di indossare. Il genere, insomma, non è una categoria descrittiva, ma performativa. (3)

Identificazione e legge (performatività della legge e abiezione)

Butler, dialogando con Lacan, sottolinea l’importanza del processo di identificazione nella formazione dell’identità per correggere alcune pieghe troppo volontaristiche del costruzionismo. (4)
Le identificazioni avvengono sotto la guida e attraverso la legge, che istituisce il significato per ogni posizione all’interno del discorso (5), permettendo certi significati ed escludendone altri. La legge ha dunque un carattere performativo: nell’istituzione delle categorie disponibili alle identificazioni la Legge non descrive delle posizioni già esistenti, ma produce, materializza, quelle stesse categorie, fissando caratteristiche e norme che delimitino in un significato stabile il senso di ciascuna categoria all’interno del discorso. Costruire il senso vuol dunque dire escludere altre possibilità; anzi il significato di una posizione emerge e si definisce in relazione all’esclusione di altri. La legge quindi non crea solo zone di senso disponibili all’identificazione, ma ne esclude altre, anzi, le relega nel campo dell’impensabile, al di fuori della simbolizzazione, della lingua: l’Altro, il residuo della significazione grazie al quale essa può avere luogo. (6)
Nella logica del ripudio delle identità forti, stabili e coerenti la Legge assicura l’articolazione del proprio discorso mantenendo questo residuo come figura illegittima di punizione (la minaccia che obbliga l’identificazione in una posizione "normale"). Essa deve evocare la presenza fantasmatica di questo esterno per permettere l’identificazione nella norma, ma nega a esso la capacità di costituirsi all’interno del simbolico come legge alternativa. L’alterità viene riconosciuta solo come possibilità di identificazione abietta, a-normale, e viene relegata nell’abito fugace dell’immaginario. Inoltre, considerando le identificazioni come stabili, immutabili e coerenti, l’esterno non simbolizzabile finisce per fossilizzarsi in una categoria fissa e universale (la donna, l’omosessuale, l’altra razza…l’abietto, il mostro). Se si afferma la stabilità delle posizioni e delle identificazioni (la necessarietà della Legge, la sua universalità, la posizione della psicoanalisi, di Lacan…), anche il loro necessario residuo, il loro Altro, la loro mancanza, l’insignificabile, sarà universale e assoluto: la donna come altro necessario, e come insignificabile permanente, come mancanza costituiva per eccellenza.

Identità instabili: l’affiliazione politica al di là della logica del ripudio

Il non simbolizzabile è il limite costitutivo della significazione, ma un conto è riconoscere ciò e un altro congelarlo nella stessa a-storica posizione e contemporaneamente negargli la possibilità di istituirsi come simbolizzabile, attraverso una riarticolazione della Legge. Contro la logica del ripudio e dell’abiezione Butler sostiene l’adozione di identità instabili, la proposta di identificazioni contingenti e provvisorie, aperte al divenire, che riconoscano il loro esterno come nuova possibilità simbolica di riarticolazione della Legge. Non si tratta di rinunciare alla soggettività, ma di riconoscere le esclusioni che ci costituiscono come soggetto e riconoscere le connessioni con altre identificazioni (7). L’identità diventa cioè spazio di negoziazione, riconoscimento, responsabilità. (8)
Per Butler non è sufficiente, infatti:
- La semplice moltiplicazione delle posizioni-soggetto, cosa che comporterebbe la moltiplicazione degli atteggiamenti esclusivi e degradanti. Un ulteriore aumento di frazioni, la proliferazione di differenze senza alcuna possibilità di mutua negoziazione, l'aumento delle posizioni abiette a seconda dei rispettivi particolarismi e delle relative identificazioni escluse. Dopo l’umanesimo imperialista, il nuovo pericolo è quello di identità sempre più specifiche (microfascismi) ed esclusive.
- Lo sforzo di trasformare le identificazioni escluse in identificazioni incluse. Tale mossa ricalcherebbe l'operazione universalista umanista, e rappresenterebbe un ritorno alla sintesi hegeliana. In tale appropriazione delle differenze Butler scorge il pericolo di nuovi imperialismi.
-La negazione e il rifiuto della soggettività. Ciò condannerebbe al silenzio e all’abiezione le identificazioni escluse di altri soggetti.

Il fatto che le identificazioni cambino non significa esattamente che un’identificazione viene rinnegata a favore di un’altra. Il cambiamento può essere segno di speranza nella possibilità di riconoscere un insieme di connessioni in espansione, di delineare in che modo l’identificazione è coinvolta in ciò che esclude e di seguire le tracce di quel coinvolgimento per disegnare la mappa della comunità futura alla quale potrebbe dare origine.

Performatività come citazione

Butler sostiene, dunque, il carattere contingente e instabile delle identificazioni e la possibilità di un cambiamento della legge, di una riarticolazione nel suo discorso. Questa possibilità è assicurata innanzitutto dal carattere performativo della Legge (non descrive le posizioni, ma le crea, e la loro costituzione è segnata contemporaneamente dalla mancanza e dalla promessa illusoria di totalità) e poi dalla concezione di performatività come citazione. La costruzione dei significanti non si risolve cioè in un atto, ma ha bisogno di un processo storico di citazione e ritualità attraverso il quale la Legge si forma e si riconferma nella sua autorità. Il rapporto tra Legge e identificazioni non si risolve in un’unica direzione (la Legge determina le posizioni disponibili alle identificazioni e i significati), ma si fonda sulla necessità della Legge di essere continuamente citata attraverso le identificazioni e attraverso l’imitazione delle sue norme. La dinamica è presentata in un primo momento da Butler in relazione al rapporto tra l’Immaginario e il Simbolico lacaniani: il simbolico non precede l’immaginario; l’immaginario e le pratiche di identificazione servono alla costituzione della autorità della Legge, cosicché simbolico e immaginario risultano legati da una stretta compenetrazione.

Disconoscimento dei significanti, citazioni infedeli

La promessa di totalità e di esaustività dei significanti viene però puntualmente disattesa. Il desiderio di unità del soggetto, di superamento della scissione e di recupero di una totalità significante piena è destinato alla continua frustrazione (il desiderio dell’Altro è da interpretarsi in questa ottica, recupero del residuo superamento della scissione). Emerge quindi l’impossibilità del soggetto di riconoscersi completamente in una descrizione, in qualsiasi descrizione: è sempre in opera una certa misura di disconoscimento dei soggetti rispetto al Nome e alla posizione che occupano all’interno del discorso. (9)
Le identificazioni sono sempre imperfette, la citazione è una citazione infedele di una Norma astratta, di una promessa mai mantenibile. (10) L’incapacità di mantenere la promessa è la garanzia della riarticolazione discorsiva. La citazione infedele diventa strategia politica.

I significanti politici, la rappresentanza

I significanti politici che promettono l’unità devono per forza deluderla a causa del misconoscimento (il fenomeno della divisione in fazioni). Ma è proprio necessario rincorrere questa unità? La politicizzazione ha sempre bisogno di superare la disidentificazione? Può essere che l’affermazione dello slittamento, dell’identificazione fallita, diventi il punto di partenza per una affermazione più democratizzante della differenza interna. Identità costituita come "agenzia": come l’obbligo a citare, ripetere, imitare il significante che ci costituisce, e nella citazione perdere, cambiare, imitare infedelmente. Il riconoscere nel fallimento di ogni unità una mancanza universale e astorica, non tiene conto delle discontinuità prodotte dalle relazioni sociali che invariabilmente eccedono il significante. Le esclusioni si articolano in modi e formazioni diverse a seconda della contingenza. L’identità è provvisoria, quindi anche le sue esclusioni. Il fatto che non ci possa essere un'inclusione finale e completa è una funzione della complessità e della storicità di un campo sociale che non può mai essere riassunto da nessuna descrizione data e che, per ragioni democratiche, non dovrebbe mai esserlo.
La categoria politica non deve mai essere descrittiva: ciò che la politica dell’identità e l’ideale descrittivista lamenta come disunità e divisione in fazioni viene invece affermato come il potenziale aperto e democratizzante della categoria. Doppio movimento: invocare la categoria e quindi istituire provvisoriamente una identità e, allo stesso tempo, aprire la categoria come sito di protesta politica permanente.

Note:

1) "Il sesso non è semplicemente quello che si ha, una descrizione statica di ciò che si è. È piuttosto una delle norme attraverso le quali il 'soggetto' diventa possibile, quella che qualifica un corpo per tutta la vita all'interno del campo dell'intelligibilità culturale".
2) Ripensare il fisico e lo psichico. "Non è più possibile pensare l'anatomia come un referente stabile che viene valorizzato e significato sottoponendolo ad uno schema immaginario. L'accessibilità stessa dell'anatomia dipende da questo schema e coincide con esso. Indissolubilità dello psichico e del corporeo: qualunque descrizione del corpo, comprese quelle che sono giudicate convenzionali nell'ambito del discorso scientifico, ha luogo tramite la diffusione e la convalida di questo schema immaginario".
3)"L'Io non precede e non segue il processo di articolazione del genere, emerge solo all'interno e in qualità di matrice di relazione di genere".
4)"L'Io non precede le sue identificazioni con l'oggetto. L'Io si costituisce tramite un'identificazione".
5)"I corpi diventano completi, totalità , per mezzo sì dell'immagine speculare idealizzante e totalizzante, ma se è sostenuta nel tempo da un Nome. Avere un Nome significa essere posto entro il Simbolico, l'ambito idealizzato della parentela, una serie di relazioni strutturate attraverso la sanzione e il tabù".
6)In relazione alla corporeità: il riconoscersi come corpo è la prima fondamentale identificazione che fonda il soggetto, precisamente ciò che permette al soggetto di emergere e di costituirsi come significante all'interno del discorso. Dunque: "I confini del corpo sono l'esperienza vissuta della differenziazione, dove tale differenziazione non è mai neutrale rispetto alla questione della differenza di genere o della matrice eterosessuale. Cosa è escluso dal corpo affinché i confini corporei possano costituirsi? E in che modo l'esclusione abita quel confine come una specie di fantasma interno? In che misura la superficie corporea è l'effetto dissimulato della perdita?"
7)"Il fatto che le identificazioni cambino non significa esattamente che un'identificazione viene rinnegata a favore di un'altra. Il cambiamento può essere segno di speranza nella possibilità di riconoscere un insieme di connessioni in espansione. Delineare in che modo l'identificazione è coinvolta in ciò che esclude, e seguire le tracce di quel coinvolgimento per disegnare la mappa della comunità futura alla quale potrebbe dare origine".
8)Butler prende in considerazione altre proposte, che scarta:
- La semplice moltiplicazione delle posizioni-soggetto, cosa che comporterebbe la moltiplicazione degli atteggiamenti esclusivi e degradanti. Ulteriore aumento di frazioni, proliferazione di differenze senza alcuna possibilità di mutua negoziazione. Aumento degli abietti a seconda dei rispettivi particolarismi e delle relative identificazione escluse. Dopo l'umanesimo imperialista, il nuovo pericolo di identità sempre più specifiche (microfascismi) ed esclusive.
- Lo sforzo di trasformare le identificazione escluse in identificazioni incluse. Operazione umanista, ritorno alla sintesi hegeliana. Appropriazione di tutte le differenze, imperialismi.
- La negazione e rifiuto della soggettività. Condanna al silenzio all'abiezione delle identificazioni di altri soggetti.
9)"Ogni significazione si fonda su un'origine traumatica, sulla perdita di una parte, sulla negazione, sulla mancanza. Ma ogni significante induce una promessa di totalità, di recupero della perdita producendo un'attesa di unità, di riconoscimento pieno e finale (in quanto luogo di promessa di unità il significante diventa sito di investimenti fantasmatici) che non può mai essere raggiunto. Il significante che potesse promettere e mantenere il ritorno al luogo del piacere proibito distruggerebbe se stesso come significante". Ogni legge opera tramite la minaccia, indicando cosa deve restare fuori dal significato. Desiderio di totalità nell'investimento fantasmatico (sia nell'identità individuale, sia in quella politica…) che viene promesso e puntualmente disatteso.
10)"L'identificazione è continuamente rappresentata come un evento o un risultato desiderati, ma che, alla fine, non si realizzano mai. Si tratta di un allestimento fantasmatico dell'evento. In tal senso le identificazioni appartengono all'immaginario, sono tentativi fantasmatici di allineamento, di fedeltà, coabitazioni ambigue e transcorporee".

lunedì, novembre 10, 2008

Come parlare di identità?

Recentemente una studentessa dottoranda in semiotica - che ringrazio tantissimo per aver fornito degli spunti importanti - ci ha scritto una e-mail in cui chiedeva notizie sulle attività del centro Zebra. Dopo averle inviato alcune informazioni di carattere pratico, come il link al sito del Centro di Studi sui Linguaggi delle Identità (Zebra, che, per chi se lo chiedesse si trova qui: http://www.unibg.it/struttura/struttura.asp?cerca=csli_intro) ci ha posto delle domande che ritengo di grandissimo interesse e che mi piacerebbe avviassero una discussione su questo blog che, purtroppo, finora non c'è stata:

Quanto un approccio letterario alla questione della/delle identità è diverso da uno semiotico?
In che senso parliamo di linguaggi delle identità? Si tratta di questioni di mediologia? Ci chiediamo come un certo linguaggio determina l'identità che lo parla?
Come mappiamo la questione dell'identità? È piuttosto difficile farlo, visto che dai filosofi agli psicologi fino ai neuroscienziati ne parlano tutti...

Apro quindi la discussione, sia ai membri del centro Zebra, sia a tutti coloro che vogliono dare un contributo.

venerdì, ottobre 17, 2008

Identità e violenza

"Il mio primo contatto con l'omicidio avvenne all'età di undici anni. Era il 1944, nel corso degli scontri tra induisti e musulmani che hanno preceduto l'indipendenza indiana. Kader Mia era un musulmano, e per gli spietati criminali indù che lo avevano aggredito quella era l'unica identità importante. La violenza settaria oggi non è meno rozza. È una grossolana brutalità che poggia su una grande confusione concettuale riguardo alle identità degli individui, capace di trasformare esseri umani multidimensionali in creature a un'unica dimensione."

Amartya Sen, premio Nobel per l’economia nel 1998, in questo nuovo saggio sui temi attualissimi dell’identità e della violenza, ci esorta a considerare “l’inaggirabile natura plurale delle nostre identità” e a non brutalizzare la nostra stessa esperienza di vita personale comprimendola dentro contenitori di identità uniche. Perché, secondo il rettore del Trinity College di Cambridge, l’imposizione di una sola appartenenza, sia essa una religione o una civiltà, è divenuta troppo spesso il preludio all’esercizio della violenza e del settarismo belligerante.
“E’ palese – scrive Sen da vero pensatore cosmopolita (è un indiano di casa a Cambridge e ad Harvard) - che ciascuno di noi appartiene a molti gruppi”: la stessa persona può essere, senza la minima contraddizione, “di cittadinanza americana, di origine caraibica, con ascendenze africane, cristiana, progressista, donna, vegetariana, maratoneta, storica, insegnante, romanziera, femminista, eterosessuale, sostenitrice dei diritti dei gay e delle lesbiche, amante del teatro, militante ambientalista, appassionata di tennis, musicista jazz”. Per contro, argomenta Sen, le classificazioni che ci vorrebbero suddividere esclusivamente sulla base di una religione o di una civiltà spacciate per dominanti, negano non solo questa pluralità del nostro essere uomini e donne, ma dimenticano anche la nostra comune appartenenza al genere umano. E così facendo innescano la spirale delle violenze, dei soprusi e delle guerre in nome delle tradizioni, veri e propri “abusi dell’identità” collettiva che viene imposta sopra i diritti degli individui.
Dunque “l’identità può anche uccidere, uccidere con trasporto”: nel senso che l’attribuzione organizzata di un’identità può preparare il terreno a persecuzioni e lutti. Ma questo mondo lacerato dai terrorismi religiosi, dal fanatismo etnico, dall’integralismo anche dell’Occidente, che sembra inesorabilmente prigioniero dei propri vincoli e indirizzato verso la pratica dello scontro e della violenza, può ancora correggere la propria rotta. Magari ripartendo dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1945. Parola di Amartya Sen.

Sommario

Prologo
Prefazione
I. La violenza dell'illusione
II. Dare un senso all'identità
III. Prigionieri delle civiltà
IV. Affiliazioni religiose e storia islamica
V. Occidente e Antioccidente
VI. Cultura e cattività
VII. Globalizzazione e voce dei cittadini
VIII. Multiculturalismo e libertà
IX. Libertà di pensiero
Note
Indice dei nomi
Indice analitico

venerdì, settembre 12, 2008

I Soprano e gli altri...

Donatella Izzo e Cinzia Scarpino (a cura di)

I Soprano e gli altri
I serial televisivi americani in Italia
Milano: Shake, 2008
ISBN 978-88-88865-66-9
144 pp.
Prezzo: EURO 15,00


Negli ultimi anni, le serie tv americane sono state protagoniste assolute della programmazione televisiva, in Italia ma non solo, incontrando un grande successo di pubblico e ottenendo riconoscimenti da parte della critica.

Più del cinema, queste serie Tv hanno saputo rappresentare i difetti della società contemporanea, creando un linguaggio nuovo e facendo esplodere personaggi che sono ormai entrati a pieno titolo nel nostro immaginario.

In questo numero monografico la redazione di ÁCOMA offre una panoramica di approfondimenti sulle serie che più hanno segnato la nostra quotidianità negli ultimi anni.

La spregiudicata Manhattan di Will & Grace e Sex and the City, le scene del crimine CSI e 24, le sale operatorie di ER, Dr. House e Grey’s Anatomy, l’isola di Lost, i dissestati nuclei domestici di Six Feet Under, Simpson e Soprano, il raffinato pianeta omosessuale di L-Word si mostrano, attraverso l’analisi, nella loro qualità di finzioni narrative aperte al magmatico divenire del presente: sismografi in grado di rappresentare le tensioni culturali e le contraddizioni politiche dell’America di oggi.

Scarica l'introduzione qui.


giovedì, maggio 08, 2008

Le scienze umane nell'età neurocentrica: natura, cultura e identità oggi



Bergamo 15 maggio 2008
UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI BERGAMO

Piazza Rosate n. 2, Aula 1


PROGRAMMA

Ore 10.30: Introduce e presiede Mario Corona (Università di Bergamo - Coordinatore del Centro ZEBRA)

Francisco Ortega
(Universidade do Estado do Rio de Janeiro)
The Cerebral Subject in Popular Culture

Pietro Barbetta
(Università di Bergamo)
Frammenti


Ore 15.00: Introduce e presiede Valeria Gennero (Università di Bergamo)

Donatella Izzo
(Università di Napoli "L'Orientale")
“How the Brain Talks”: Neuroscienze e calligrafia in The Fourth Treasure di Todd Shimoda
Francesco Ronzon
(Politecnico di Milano, Accademia di Belle Arti G. B. Cignaroli, Verona)
Cervelli, identità di genere ed etnografia della scienza

Enrico Giannetto
(Università di Bergamo)
Verso una decostruzione del determinismo genetico e neuro-biologico

Discussione

Partecipano:

Antonello Borra (Università del Vermont)
Liana Borghi (Università di Firenze)
Cristina Bracchi (Università di Torino)
Elisabetta Galeotti (Università del Piemonte Orientale)
Barbara Lanati (Università di Torino)
Marco Pustianaz (Università del Piemonte Orientale)
Massimo Salgaro (Università di Verona)
I colleghi dell’Università di Bergamo e i dottorandi della Scuola di Dottorato in Scienze Letterarie dell’Università di Bergamo.



Università degli Studi di Bergamo





ZEBRA Centro di Studi sui Linguaggi delle Identità



Comitato organizzatore:
Mario Corona
Valeria Gennero
Stefano Rosso

Segreteria:
Stefano Asperti
Silvia Mazzucchelli
zebra@unibg.it